La bussola punta a ovest: l’Armenia verso Occidente, a passo svelto

di Alex L'Abbate
Per anni l'ago della bussola armena ha oscillato, incerto tra poli che si contendevano il nord. Il 5 novembre, qui a Yerevan, ha smesso di tremare: l'Armenia verso Occidente non è più un'ipotesi da convegno, ma una direzione detta ad alta voce, in un solo giorno, da più voci dello Stato.
Il primo ministro Nikol Pashinyan ha chiuso il capitolo dell'Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (OTSC), congelato dal febbraio 2024: «I nostri interessi sono esauriti». Il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha detto che il confine con la Turchia può aprirsi «in qualsiasi momento» e che la priorità è firmare la pace con l'Azerbaigian. E il governo ha chiesto una seduta straordinaria per il 12 novembre sulla «Trump Route», il progetto TRIPP nato dall'accordo con gli Stati Uniti.
Guardiamo a tutto questo con favore. Un Caucaso del Sud dove le merci viaggiano dirette e i confini diventano valichi è un Caucaso più sicuro, anche per chi da Roma vi guarda come a una nuova porta tra Europa e Asia.
Ma una bussola indica la direzione, non accorcia la strada. La frontiera turca resta chiusa e gli scambi passano ancora dalla Georgia; il trattato con Baku non è firmato. Sette leggi con ventiquattro ore tra prima e seconda lettura sono un ritmo che chiede trasparenza. E in casa il clima è teso: l'arresto di Samvel Karapetyan, che la difesa attribuisce a «motivazioni politiche», e un'opposizione che si compatta su giustizia e nuova Costituzione.
La rotta c'è. Perché regga, dovrà essere una rotta che il Paese intero riconosca come propria, non solo un ago che punta a ovest.
Questo articolo è stato preparato con l'aiuto di strumenti di intelligenza artificiale a partire dalle fonti indicate, e rivisto dalla redazione di Axel FM prima della pubblicazione.

