L’Europa fissa una data, ma le fondamenta si gettano a Yerevan

di Alex L'Abbate
Un anno, forse due. Il 3 novembre, a Bruxelles, il primo ministro Nikol Pashinyan ha dato all'Armenia qualcosa che finora mancava: un calendario. La domanda di adesione all'Unione europea potrebbe partire nel 2027 o nel 2028, con la liberalizzazione dei visti attesa per il 2029. Qui a Yerevan l'Europa smette di essere solo un'aspirazione e prende la forma di una data.
Non sarà una passeggiata, e il premier non l'ha nascosto. Con le regole attuali, l'Unione europea e l'Unione economica eurasiatica (UEE) non stanno insieme: «A un certo punto l'Armenia dovrà scegliere». La pace con l'Azerbaigian, reale sul terreno, attende ancora firma e ratifica del trattato parafato a Washington. Intanto qualcosa si muove già nei fatti: le preferenze doganali europee per le merci armene sono finalmente entrate nel sistema, e il progetto TRIPP promette nuovi collegamenti in un Caucaso del Sud che commercia, ma si collega ancora poco.
Una casa europea, però, non si costruisce dal tetto. Le fondamenta si chiamano Stato di diritto, e in questi giorni vengono messe alla prova. Sessantacinque perquisizioni legate alla famiglia Karapetyan, motivate dagli inquirenti con un fascicolo economico e lette dall'opposizione come pressione politica. Una tavola rotonda sui «prigionieri politici», a cui il governo risponde con le proprie cifre sui detenuti.
Non tocca a noi emettere sentenze. Ma che cosa chiede davvero l'Europa, se non regole scritte che valgano per tutti, garanzie trasparenti e processi verificabili? È lì, più che nei corridoi di Bruxelles, che si decide se l'Armenia avrà una casa europea solida o soltanto una bella facciata. Noi, da qui, facciamo il tifo per le fondamenta.
Questo articolo è stato preparato con l'aiuto di strumenti di intelligenza artificiale a partire dalle fonti indicate, e rivisto dalla redazione di Axel FM prima della pubblicazione.
